Tradizione Piemontese: il vino.

bottigia di vino rosso storica ghemme doc

Una bottiglia di vino.

Racconto breve, vincitore di una  Segnalazione di Merito per la sezione Narrativa breve italiana sulle Tradizioni del Piemonte,
scritto per la VII  Edizione del Premio Piemont ch’a scriv e le sue Tradizioni indetto dal Centro Studi Cultura e Società di Torino.

L’obiettivo?  Promuovere e valorizzare la lingua piemontese e di far conoscere la cultura popolare e le tradizioni del Piemonte.

Ringrazio Mamma Sonia per avere aperto il suo cuore e per aver condiviso con noi i suoi ricordi.

Che il racconto abbia inizio:

E’ il 21 febbraio passo a bere un caffè da Mamma Sonia.
Sonia fa il volontario soccorritore con me in Ambulanza ed è la madre
del mio caro amico Nicola.
Ci vediamo anche al di fuori dell’ambiente del volontariato, abbiamo
molte cose in comune. E proprio quel genere di persona che ti fa
sempre sentire a tuo agio e ti dona tanta tranquillità.
Sto sorseggiando il caffè in cucina, come al solito, quando la mia
attenzione viene rapita da una bottiglia di vino appoggiata su di una
mensola, una bottiglia visibilmente antica. Sono curiosa ed
immediatamente mi avvicino, inizio ad ammirare quell’oggetto, leggo
Ronco del Frate – Dino Uglioni Produttore di vini in Ghemme-
immediatamente chiedo a Mamma Sonia chi fosse Dino Uglioni. Il
suo volto si illumina, mi racconta che lei è originaria di Ghemme sulle
colline novaresi, e che la sua famiglia è stata da sempre legata al
mondo del vino. Inizio a farle mille domande. Sento che però
l’argomento muove corde sottili e decido di non insistere nella mia
curiosità. Torno a casa e la mia mente inizia a fantasticare sulla bottiglia, mi
immagino la vita in vigna, il momento della vendemmia, come potesse
essere tanti anni fa. Un momento davvero intenso, il momento in cui
si raccoglie il frutto delle fatiche di un anno. Un momento di bilancio,
un momento di festa, un momento della tradizione contadina. Mi
addormento così.

E’ la mattina del 7 maggio attivo come al solito il traffico dati del
cellulare, nella mia mail un messaggio di Mamma Sonia, era passato
un pò di tempo dal nostro incontro, che bello avere sue notizie, inizio
a leggere-
“Cara Viviana, ti sei imbattuta in una bottiglia davvero speciale!! Quando hai
cominciato a farmi domande nella mia mente si sono affollati talmente tanti ricordi e tante vivide immagini che non sono riuscita a risponderti in modo esauriente Ci tengo però a farti partecipe della storia della
bottiglia di “Ronco del Frate 1950” che hai visto, così capirai perché
nel parlarne, a volte, mi lascio trasportare dalle emozioni.
La famiglia Uglioni produceva e commercializzava vino già nell’800;
ai tempi veniva trasportato fino ai clienti (prevalentemente fino in Alta
Valsesia, sul Lago Maggiore e nel Vergante) sfruttando i carri, che
ancora oggi puoi vedere nel cortile di casa, trainati da cavalli. La nonna
mi raccontava che per ultimare le consegne un carro poteva impiegare
diversi giorni. Gli ordini arrivavano per posta oppure riconfermati di
volta in volta al momento della consegna. Già non c’erano le mail e
neanche telefoni eppure il commercio fioriva ugualmente.
Ovviamente i miei ricordi diretti non risalgono a tempi così antichi,
ma partono dal dopoguerra, quando anche mio padre Riccardo si unì
al nonno Dino per cercare di risollevare le sorti dell’azienda prostrata
dai i recenti eventi bellici.
In questo periodo ho tanto tempo per scriverti Viviana, sono costretta
a casa dal COVID19 e penso che forse oggi voi giovani state per
affrontare un periodo simile a quello degli anni 50 che è stato duro, ma
anche portatore di innovazioni e benessere economico insperato e
diffuso.
Tornando alla Ditta Dino Uglioni, ormai diventata Dino Uglioni &
Figlio (mio padre) e basandomi sui miei ricordi, ti posso dire che le
stalle, ormai da tempo, erano diventate garage e io giocavo a indiani e cowboys su un elegante calessino ormai in disuso, accantonato
insieme ai carri che avevano trasportato le botti di vino. Io ho visto all’opera solo camioncini e camion sempre più capienti, ho visto sparire velocemente il trasporto di botti in favore di damigiane e poi, sempre più spesso, di fiaschi e bottiglie. La richiesta dei clienti, anche a causa dello sviluppo del turismo, si diversificava e così l’azienda si è attrezzata per fornire, oltre al prodotto locale, altri vini di qualità come ad esempio Barbera, Bardolino, Chianti, e diversi spumanti italiani. Alcuni prodotti venivano imbottigliati e quindi commercializzati con l’etichetta delle Cantine Uglioni, altri erano
venduti sfusi a ristoranti, trattorie, osterie, bar e spesso anche a privati
che periodicamente ordinavano una buona scorta di damigiane del loro vino preferito. Mio padre e il nonno facevano regolarmente il “giro” dei clienti per verificarne la soddisfazione, fare nuove proposte,
raccogliere ordini e spesso il rapporto di stima e fiducia si trasformava in salda amicizia.Sono stata testimone del fermento innescatosi per la creazione del DOC, ho vissuto, anche se solo di riflesso, le discussioni, l’impegno, i timori e le aspettative dei produttori ghemmesi. Nel frattempo, per la Ditta Uglioni si affermava sempre più la specialità della casa: il RONCO DEL FRATE. Questo vino continuava a riscuotere importanti riconoscimenti. Era richiesto per la Santa Sede, da Veronelli e da altri prestigiosi clienti. Persino la catena degli Autogrill Pavesi avrebbe voluto un contratto di fornitura di Ronco del Frate, chiedendo però un minimo garantito di bottiglie all’anno. Per mio padre il Ronco del Frate era il fiore all’occhiello della ditta e a tutti gli effetti un Ghemme, il top di gamma, diremmo oggi, ottenuto solo da uve selezionate con grande attenzione e provenienti da una zona ben precisa, vinificato solo con metodi naturali e invecchiato per diversi anni secondo la tradizione antica. Era quindi impensabile, per la mentalità “pura” di mio padre, garantire una produzione enormemente più grande di quella del momento senza snaturare profondamente la composizione e l’originalità del vino. Rifiutò, imponendo a sè stesso regole molto più strette e vincolanti di quanto avrebbero fatto, in seguito, le disposizioni per il DOC, ma rimanendo fedele ai propri principi.Perdonami, Viviana, continuo a divagare. Torniamo alla nostra bottiglia. Parte della produzione di Ronco del Frate della vendemmia 1950, dopo gli anni di invecchiamento nei fusti di rovere, fu imbottigliata con etichetta speciale, che riportava anche la scritta a mano “Sonia”, e venne accantonata per le grandi occasioni prevedibili nella vita di una figlia: prima comunione, matrimonio, figli e così via.
Quella che hai visto tu, Viviana, è una delle ultime sopravvissute. In effetti ricordo che la maggior parte è stata bevuta alla festa per la mia laurea (1973) con grande soddisfazione degli invitati milanesi che non avevano mai assaggiato un vino così vecchio ancora delizioso e per di più accompagnato da fragranti biscotti di Novara appena sfornati. Ne abbiamo aperta una in famiglia l’anno scorso ed era ancora paradisiaca; ne conservo un paio insieme ad altri esemplari storici come diversi Ghemme e Ronco del Frate del ’60, ’62, ’64 anno
particolarmente fortunato per il vino della zona.
Già nei primissimi anni ’70 però, la salute di mio padre cominciò a vacillare; era da tempo rimasto solo alla guida dell’azienda e non essendoci nessun altro congiunto in grado di continuare il lavoro di famiglia ci vedemmo costretti a cedere l’attività proprio nel momento più interessante per l’avvento del Doc e del successivo boom del vino.
Chi subentrò nell’attività non durò molto a lungo perché in quel particolare momento sarebbero stati necessari investimenti e innovazioni che non furono in grado di sostenere.
E così la grande casa di Ghemme dove risiedevano la famiglia e l’azienda è da tempo tristemente vuota, troppo grande per una sola famiglia, troppo silenziosa senza l’operosità del lavoro nelle cantine, nei cortili, negli uffici.
In passato la proprietà è stata oggetto dei desideri del Comune e ti confesso che mi sarebbe piaciuto molto che potesse diventare una scuola enologica o un museo etnografico, come si vagheggiava, anche per continuare la tradizione della famiglia presente nella storia del paese da sempre. Il nonno infatti partecipò allo sviluppo del “Castello”, acquistò la vecchia ghiacciaia (venduta poi negli anni 80 a Rovellotti, un altro produttore di vini ghemmese); mio padre donò alla Pro Loco Ghemmese quella che divenne la sede dell’associazione stessa: un locale nella Barciocca con un prezioso soffitto a cassettoni
originale che, tramite una bellissima finestra, si affaccia sulla piazzetta in interno Castello dove si svolgono i festeggiamenti inerenti alla Mostra del Vino.
In concreto non si è fatto mai nulla per mancanza di fondi e l’antica casa Uglioni è rimasta abbandonata, l’orto e il frutteto sono diventati una giungla e i rampicanti la fanno da padroni.
Dunque pensavi che una bottiglia potesse contenere la storia degli ultimi 70 anni, la storia della mia vita e di un mondo, quello del vino, che si è trasformato profondamente e che sta ancora cambiando?
Mi sono lasciata trasportare dai ricordi, in ogni caso spero ci si possa rivedere presto di persona, magari per degustare insieme una buona bottiglia di Ghemme con i biscotti (anche se non sono più quelli di una volta). e se non ti annoierò ti racconterò tante altre storie.
Con affetto
Sonia“
Le lacrime rigano il mio volto, quanta storia, quante emozioni, quanta vita. Non so nemmeno bene perché piango, mi sento così piena di emozioni, così legata a Sonia, alla Sua Famiglia, alla mia Terra, il mio Piemonte, non riesco a contenere l’emozione di essere destinataria di questa confidenza, non riesco definirlo racconto perché è tutto vero, sono 70 anni di Nostra Storia.

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